sabato 25 aprile 2009

A PROPOSITO DI DOPPIA DIAGNOSI. IL PARERE DI ANDREA DE DOMINICIS, CONSULENTE PER LA CULTURA DEL CeIS DI ROMA

Ma Massimo Ferrentino ci offre anche l'occasione di riprendere il nostro lavoro sulla cosiddetta "doppia diagnosi". Un lavoro di documentazione, aggiornamento e riflessione sul modo in cui il Centro La Tenda si è occupato del disagio di persone con "qualche problema in più".

E' in fase di ultimazione, infatti, "Doppia diagosi o doppia speranza?" un prodotto multimediale curato dal nostro Centro studi e formazione destinato agli "addetti ai lavori", laddove però gli "addetti ai lavori" non sono semplicemente i"professionisti dela salute" ma qualsiasi persona voglia entrare in contatto con altre che persone che soffrono di una sofferenza che forse ha solo bisogno di trovare "le parole per dirlo".

In attesa di fornirvi il prodotto finito, vi proponiamo la lettura delle interessanti considerazioni di Andrea De Dominicis, consulente per la cultura del CeIS di Roma, che fanno da premessa alla nostra prossima pubblicazione e che evidenziano il rischio di un'eccessiva sanitarizzazione dei nostri servizi.


PER UN RINNOVAMENTO INTERDISCIPLINARE

il parere di Andrea De Dominicis consulente per la cultura del CeIS di Roma


E’ sorprendente assistere a come i tentativi e le speranze di riportare problema delle droghe nella sua casa di origine, ossia all'interno del sistema delle relazioni sociali, siano stati abbandonati. Un'ondata di realismo, della politica tutta, delle istituzioni e perfino di molti operatori, ha sommerso quelle tensioni, relegandole a nostalgie del passato o a prerogativa di guru e predicatori. La tensione contenuta nel tentativo di spiegare come e perchè continui a crescere la domanda di anestesia senza utilizzare categorie diagnostiche (ed etichettanti) quali malato, psicopatia, ecc. è drammaticamente crollata, lasciando mondo dei servizi alla mercè dello strapotere del sapere medico. La cura è medica, ossia anche i servizi educativi devono accettare un ruolo ancillare, salvo poi rivendicare pari dignità, non tanto (o non solo) perchè si tratta in generale di servizi gestiti dal privato sociale ma, e soprattutto, perchè estranei alle categorie mentali e agli alfabeti della classe medica. Due sono gli elementi che rendono particolarmente inquietante lo scenario: l'avvenuta saldatura tra paradigma medico e razionalità manageriale e la predominanza di approcci diagnostici a sintassi medica, come nel caso della cosiddetta doppia diagnosi. Non sono in discussione gli enormi benefici che l'avanzamento della ricerca e della pratica medica stanno avendo sulla nostra vita. Di Aids, 10 anni fa, si moriva dopo due o tre anni dal contagio Hiv. Oggi, durata e qualità di vita delle persone contagiate dal virus sono enormemente migliorate. E la ricerca ci sta abituando a non pensare più a frontiere invalicabili. Quindi, in pochissimi anni, da arte riparativa degli inevitabili rovesci della vita, la scienza medica si è convertita in custode della promessa di eternità. Forse tale ruolo, nel nostro immaginario, ci fa sentire intimiditi di fronte a questa scienza. Quello che intendo sostenere è che: I. la predominanza del paradigma medico e clinicopsicologico sta fornendo ottimi argomenti a favore della normalizzazione delle condotte di uso e abuso di sostanze; 2. la normalizzazione non è in sè un problema se con questo termine s'intende il rifiuto di processi di etichettamento sociale e culturale; è sì problema quando diventa sinonimo di controllo sociale, quella stessa tendenza che i sociologi dell'etichettamento avevano rintracciato alla base delle condotte proibizioniste delle cosiddette maggioranze morali (malato è forse più rassicurante di criminale, anche se più sottile e subdolo); 3. se l'uso e la diffusione delle droghe ha accompagnato una fase storica e culturale precisa, rappresentando uno dei percorsi di carriera (in senso di identità sociale) per alcune identità più fragili nella socializzazione (sensation seekers, personalità congelate, forte emarginazione sociale, ecc.), l'attuale mimesi e frammentazione dei consumi e delle preferenze è specchio di nuove configurazioni culturali e identitarie; 4. le categorie esplicative mediche e cllinico-psicologiche non sono in grado di cogliere questi elementi nè, tanto meno, I'informazione dinamica contenuta in questi fenomeni. E, pertanto, devono essere contrastate decisamente nel loro tentativo di egemonizzare ricerca, pratica assistenziale e, soprattutto, politiche e finanziamenti; 5. piuttosto è necessario ridare vigore e impulso alla ricerca e alla costruzione di nuove ipotesi operative, di natura effettivamente interdisciplinare. Qui le comunità terapeutiche, piuttosto che aderire acriticamente a paradigmi clinicoprofessionali, possono e devono giocare un ruolo fondamentale.

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