sabato 16 maggio 2009

DIALOGO TRA UN OPERATORE E UNO SCETTICO SULLA NOSTRA PROPOSTA EDUCATIVA

DIALOGO TRA UN OPERATORE
E UNO SCETTICO SULLA NOSTRA PROPOSTA EDUCATIVA





Per caso, rovistando tra i cassetti depositari di tanti ricordi, pensieri e riflessioni scritte, siamo venuti in possesso delle tracce di un serrato dialogo tra un sedicente operatore e un ostinato critico del nostro metodo terapuetico-educativo. Un dialogo evidentemente trascritto diversi anni orsono, ma non per questo anacronistico.




Scettico: da un po’ di tempo so che ti occupi di tossicodipendenti e che lavori in un Centro per il loro recupero. Non ti nascondo che ho sempre avuto delle perplessità sulla possibile efficacia di questo tuo impegno, e addirittura, devo confessartelo ti ho considerato uno che stava perdendo il proprio tempo. Poi quando mi sono accorto che qualche risultato comunque riuscivi ad ottenerlo ho rivisto un po’ il mio giudizio ma anche oggi non posso fare a meno di avere non poche perplessità sul metodo di questo “recupero” che operate.

Operatore: Finalmente! Sono proprio contento che uno scettico come te si sia deciso ad esternare i suoi dubbi. Sarà perché stimo molto le tua capacità critiche e d’altra parte i dubbi hanno sempre accompagnato le mie scelte, l’idea di discutere con te sul senso del metodo e quindi, come giustamente dici tu! Il senso profondo del recupero che attraverso tale metodo si ottiene, è un’idea molto stimolante.

Scettico: Va bene e allora vorrei che mi chiarissi innanzitutto il significato che ha per te il “recupero” del tossicodipendente.

Operatore: Cominci proprio bene! Da una domanda semplice, semplice. Sarebbe molto facile, ma anche stupido in verità, che il recupero significhi che il ragazzo smetta di assumere sostanze stupefacenti, ma so che la tua semplice domanda non è ingenua e allora ti rispondo che il recupero non si limita a perseguire tout court l’indipendenza dalle sostanze stupefacenti. Questo non perché non sia un obiettivo in sé poco in s rispettabile, ma semplicemente perché in questi termini, non avrebbe alcun senso e fosse alcuna possibilità di realizzarsi.

Scettico: Spiegati meglio.

Operatore: Voglio dire che il recupero non è un intervento legato alla sostanza. Ma forse per essere più chiaro è necessario che ti spieghi cosa più in generale rappresenta il fenomeno droga che in realtà non ha una sua specificità rigidamente definita ma costituisce solo il momento estremo di un percorso di rifiuto della vita. Un percorso che nasce molto prima e che trova la sua origine in un disagio sociale e individuale sotterraneo. Pensare di risolvere il problema “droga” agendo sul momento finale, quello della sostanza, significa agire sul sintomo ignorando le cause profonde del problema.

Scettico: Ma su questo siamo d’accordo ed è proprio per questo che ho le mie perplessità. Io sono convinto più di te, che la droga sia l’espressione di un disagio che nasce nella società, e che trova le sue cause in una società ingiusta e discriminante, forte con i deboli, debole con i forti. Ma proprio perciò non mi convince il modo in cui trattate le “vittime della droga” e le loro famiglie, nel tentativo di recuperarle. Già il semplice fatto che propiniate loro una terapia psicologica e quindi puntate al loro cambiamento piuttosto che a quello della società. mi sembra una scelta di campo a favore della società emarginante. E poi mi sembra che in tal modo finiate con il colpevolizzarli.

Operatore: Un momento! Io ho l’impressione che ancora una volta sia necessario chiarire una premessa per evitare di andarci ad impegolare in questioni ormai antiche e forse insolubili circa il rapporto tra l’individuo e la società, il condizionamento dell’una sull’altra e rapporti economici sottostanti, ecc.
Noi siamo partiti da una osservazione e da una motivazione più elementare, vale a dire dall’osservazione di un dramma che ogni giorno si consuma sotto i nostri occhi: la morte per suicidio di persone giovani, il bisogno di dare loro una mano prima che fosse troppo tardi e la centralità di questo bisogno e di questa persona che ogni volta per noi ha un nome e un cognome, un’espressione del volto, un colore degli occhi e dei capelli.
Scettico: Ma in tal modo scegliete di soccorrere il debole proponendogli un percorso terapeutico che nella migliore delle ipotesi lo riadatterà ad una società ingiusta.

Operatore: Si! Che vogliamo soccorrere il debole è vero, anche se quando parliamo di persone è difficile dire chi è debole e di colui non lo è, tanto più se procediamo per categorie. La droga ci ha insegnato che il “male di vivere” riguarda tutte le categorie sociali
In ogni caso io credo che se in questo momento non ci comprendiamo è perché ci riferiamo a due livelli diversi. Credo cioè che tu stai analizzando il problema con le categorie contrapposte: individuo, società, io lo sto analizzando sto analizzando con le categorie: vita/morte.
In altri termini io credo che il fenomeno droga, nella sua drammatica evidenza, ci costringa un po’ tutti a rompere con gli schemi di analisi normalmente utilizzati e a ripensare più radicalmente al senso profondo che la vita dell’uomo ha, per ciascuno di noi riscoprendolo al di là e al di fuori della ideologia.

Scettico: Si, ma come intendi far recuperare il senso profondo della vita a un individuo: chiudendolo in una comunità, isolandolo dal contesto sociale, imponendogli una serie di impegni e limitazioni e non ti sembra che tutto questo finisca con l’esercitare una pressione eccessiva sulla sua libertà e che al contrario lo renda ugualmente dipendente?

Operatore: Tanto per cominciare noi non imponiamo a nessuno ed anzi siamo contrari al ricovero coatto nelle comunità terapeutiche. Ma poi mi pare che tu abbia una concezione del nostro programma, come dire, un tantino persecutoria ed autoritaria.

Scettico: Non è proprio così comunque la questione del metodo mi interessa molto perché, e tu lo sai meglio di me, il metodo non è disgiunto dai contenuti. Voi, per esempio so che lavorate molto sulla persona attraverso i gruppi, l’indagine psicologica, altri invece propongono il lavoro come esperienza.

Operatore: Hai ragione! Parliamo del metodo dunque, tu dici che noi chiudiamo il ragazzo in C.T., lo isoliamo dal contesto sociale e gli imponiamo una serie di impegni e di limitazioni eccessive, talvolta artificiose.
In realtà se risultano eccessive è solo perché le si paragonano alla normale superficialità dei tossicodipendenti e nella misura in cui le proponiamo è perché hanno una loro precisa finalità che però non è la finalità ultima della nostro proposta educativa. Pretendere dai ragazzi il rispetto di alcune elementari norme di coscienza sociale: il rispetto delle persone, degli impegni, delle cose, ha indubbiamente una funzione pedagogica in sé, ma non devi pensare che la richiesta di essere coerente con gli impegni assunti sia fine a se stessa. In verità nessuno di noi si attende semplicisticamente che un ragazzo, magari tossicodipendente per anni, si adatti alle regole che gli proponiamo e tantomeno che ci dimostri di essere recuperato per il solo fatto che rispetta tutte le regole che gli abbiamo proposto.

Scettico: Come quella del posacenere che debbono pulire ogni volta che viene usato.

Operatore: Infatti, saremmo a dir poco ingenui se credessimo di recuperare i giovani che si rivolgono a noi semplicemente proponendogli dei comportamenti standard, per quanto corretti, al solo fine di farglieli adottare con l’illusione che il comportamento così ottenuto corrisponderebbe alla introiezione dei valori dell’onestà, della chiarezza, della responsabilità. Non è proprio così.

Scettico: E allora come è? Che senso ha programmargli tutta la giornata e fare tante storie per un posacenere non pulito?

Operatore: Ti ripeto: il fatto che gli proponiamo alcuni impegni e non altri ha sicuramente un significato che rispetta lo specifico della nostra proposta. Ma le funzioni degli impegni è innanzitutto che questi ragazzi cominciano ad entrare in un sistema di norme, visto che in precedenza non ne avevano una che fosse una.

Scettico: Ma le norme possono essere protettive e persecutorie!

Operatore: Le nostre sono protettive per il soggetto e per la comunità. E ti assicuro che questi ragazzi di norme protettive ne hanno proprio bisogno. Ma lasciami finire di dirti la funzione degli impegni, anche di quella relativa al posacenere che tanto ti sta a cuore. Essi rappresentano in buona sostanza il contesto di riferimento (gli analisti direbbero: il setting) lo sfondo che permette di far emergere le strategie difensive che l’individuo mette in atto quando si sente in colpa, i compromessi che realizza pur di non affrontare talune difficoltà sono tutti aspetti del carattere che spesso causano disadattamento o disagio e che, solo in un contesto strutturato e definito; permette di far emergere con chiarezza, il suo stare in rapporto con se stesso. Anche un posacenere non pulito può far emergere tutto ciò ed è per questo e non solo perché a noi piace stare in ambienti puliti che capita talvolta di discuterne tanto
Con una differenza fondamentale: le regole del setting analitico prevedono molto significatamene: il pagamento delle sedute, la durata standard delle stesse, la neutralità dell’analista mentre le regole del nostro setting prevedono il rispetto degli impegni reciprocamente assunti sulla base di aiuto da loro richiesto e da noi offerto gratuitamente e solidalmente.

Scettico: Ma non ti sembra che così facendo si indulga troppo nell’analisi psicologica o filosofica lasciando immutati i bisogni e le difficoltà di questi ragazzi che tanto spesso hanno a che fare con la disoccupazione, una scarsa formazione professionale, la complessità e la durezza di un sistema sociale che prescinde dalla loro chiarezza e onestà.

Operatore: Che l’impostazione psicologica possa diventare un rischio è vero soprattutto se diventa un alibi per il non cambiamento. Ti prego però di non sopravalutare questo momento della proposta educativa. In realtà, ed è per questo che ti sottolineavo le differenze a livello di setting con l’analisi, il valore più profondo, e se vuoi l’efficacia del nostro intervento educativo, risiede nella condivisione, nello scambio di esperienze, nello spirito dell’auto-aiuto e nella gratuità del servizio.
Tutte caratteristiche che si pongono in autentica contrapposizione alla cultura del narcisismo che è il terreno di coltura privilegiato della tossicodipendenza ma anche delle altre dipendenze che accompagnano l’uomo che ha paura di scambiare, di dialogare, di confrontarsi realmente con gli altri. E’ il terreno di coltura dell’informazione spettacolo della politica predatoria, del consumismo esasperato.
In realtà solo chi si contrappone, ma con la testimonianza, a questo tipo di suggestioni, può credibilmente proporre un’alternativa alla cultura narcisistica ed al suo ’epilogo estremo e drammatico, la morte nell’isolamento.
In questo sono molto radicale. Non credo che chi ha provato la droga a dedicandogli la vita sia in grado di accettare, o sia contento, dei compromessi con la vita. Lo so, sembra che sto un po’ troppo filosofeggiando, ma tant’è, te lo accennavo prima, la droga rappresenta, con il suo sordo potere di attrazione una sfida radicale alla vita e per vincerla è necessario rompere con gli schemi abituali di analisi e andare alla radice dei problemi che rappresenta. Rende più il valore dei gesti piccoli, dei sentimenti minimi, dell’aiuto reciproco, degli incontri, degli abbracci, per riscoprire la vita.

Scettico: Hai parlato spesso di narcisismo, ma cosa intendi precisamente?

Operatore: Il narcisismo è null’altro che il culto dell’onnipotenza, la negazione del bisogno, dell’aiuto degli altri, della dipendenza reciproca, è il mito illusorio del piacere come fine, è la perdita della misura, è il tutto e subito, la paura di riconoscersi incompleti, imperfetti, bisognosi degli altri.

Scettico: Ho capito, dai! Ora mi dirai che siamo tutti drogati, che la società è malata nel suo complesso e che solo cambiando i valori della società è possibile uscire da questa spirale.

Operatore: Veramente questo è più o meno quello che sostieni tu. E anche se in realtà credo che questo sia fondamentalmente vero, ritengo peraltro realistico cominciare a cambiare le cose non tanto a partire dalla società ma a partire da ognuno di noi, riscoprendo ognuno per proprio conto le tracce insinuanti di questa “non vita”. La comunità, è il luogo, simbolico e reale, in cui questo viene proposto concretamente coinvolgendo anche le famiglie.

Scettico: Ah già le famiglie. Voi curate anche loro!

Operatore: Non le curiamo, almeno nel senso sanitario del termine. Stabiliamo con loro un’alleanza per dare una mano al ragazzo anche se dare una mano al ragazzo significa poi impegnarsi personalmente a cambiare se stessi e i rapporti interni alla famiglia.

Scettico: Insomma se ho capito bene voi puntate ad un cambiamento culturale della società ma non correte il rischio di creare illusioni, di puntare ad una formazione educativa che risulta perdente nel confronto con la cultura dominante del piacere e del successo economico e sociale a tutti i costi?



Operatore: E’ vero! Questa tua obiezione è degna della massima considerazione e mi permette pure di rispondere alle tue perplessità circa l’inserimento del giovane “recuperato” in una società “irrecuperabilmente” ingiusta. In realtà una risposta seria al disagio di tanti giovani non può limitarsi ad una risposta terapeutica ma deve necessariamente prevedere una proposta culturale che segni una differenza con quella corrente, narcisistica di cui ti parlavo prima. Una proposta culturale che deve investire prima o poi il contesto sociale. In partenza però si tratta di far riscoprire al giovane tossicodipendente il suo valore intrinseco di persona, la sua ricchezza interiore che forse non sarà quella onnipotente dei suoi sogni, ma quella modesta ma più congrua della sua condizione di essere umano, unico e rispettabile, capace di scambiare con l’altro e trovare nell’altro necessario completamento di sé.
La comunità si propone come luogo privilegiato in cui questa consapevolezza può realizzarsi., contesto privilegiato in cui la persona diventa soggetto consapevole dei propri doveri e dei propri diritti ma soprattutto recupera la capacità di dialogare in condizione di parità e interdipendenza con gli altri.

Scettico: Si adesso mi è più chiaro il senso di talune cose di cui ti avevo sentito parlare Ma cosa se ne fa di questa consapevolezza se poi, una volta reinserito nel sociale, si ritroverà gli stessi meccanismi emarginanti, la stessa indifferenza, la stessa “cultura narcisistica” come dici tu. Non finirà con il rendere ancora più dura la vita dell’ex tossicodipendente?

Operatore: Essere consapevoli del proprio valore significa riconoscere i propri doveri verso sé e verso gli altri ma anche la propria capacità di interagire con il proprio ambiente sociale. L’adattamento non deve essere a senso unico. Ma in questo senso il ragazzo non è solo. Ti parlavo prima della proposta culturale e non solo terapeutica che caratterizza il nostro intervento. E infatti il coinvolgimento delle famiglie, gli svariati interventi di prevenzione che effettuiamo, ma soprattutto il carattere territoriale del nostro intervento sono tutte caratteristiche irrinunciabili che hanno la funzione, di esportare il sociale, nello specifico sociale in cui il ragazzo ha conosciuto la droga, il nostro progetto culturale. In questo drammatico confronto non ci poniamo come i riciclatori neutrali e quindi schierati con i forti. Ma noi ci schieriamo con i ragazzi, con le loro famiglie, con il loro ambiente sociale, senza pietismi e indulgenze, perché insieme, consapevoli di una ritrovata fiducia e di una rinnovata forza, possiamo cogliere ogni occasione e crearne di nuove perché si sviluppi una cultura diversa.
Perché anche chi crede di essere lontano dalla tossicodipendenza perché magari la sua dipendenza si chiama potere o successo o ricchezza economica, possa essere messo in condizione, senza pietismi e indulgenze di recuperare la sua personale dignità di persona vera.

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