mercoledì 2 giugno 2010

CHI ERA DON MARIO PICCHI


Don Mario Picchi, fondatore e presidente del Centro Italiano di Solidarietà (CeIS), era nato a Pavia nel 1930. Ordinato sacerdote nel 1957 a Tortona, dove aveva vissuto la sua infanzia e adolescenza con i genitori e quattro fratelli, esercitò la sua missione per 10 anni ancora in Piemonte, in particolare come viceparroco di Pontecurone, il paese di don Orione, per essere poi chiamato a Roma, nel 1967, con l’incarico di cappellano del lavoro presso la Pontificia Opera di Assistenza.
Nel 1968, occupandosi di ferrovieri e dei loro figli, con grande attenzione ai problemi dei giovani, cominciò a riunire e ad animare i primi gruppi di volontariato, creando una prima associazione denominata Centro Internazionale di Solidarietà. Attraverso azioni di sensibilizzazione, recite teatrali e altre iniziative, si cercava di attirare l’attenzione della pubblica opinione su problemi nazionali e internazionali. Un primo risultato fu una raccolta di denaro inviato in Nigeria a sostegno delle popolazioni in grave difficoltà negli anni della sanguinosa guerra del Biafra.
Da quelle iniziative prese corpo il Centro Italiano di Solidarietà (CeIS di Roma), al quale, da allora, ha dedicato tutto il suo tempo e tutte le proprie energie. Il CeIS si costituì legalmente come libera associazione nel 1971 e don Mario Picchi trovò aiuto nel pontefice Paolo VI, che gli offrì un appartamento in un palazzo di proprietà del Vaticano, in piazza Benedetto Cairoli, presso Largo di Torre Argentina, nel cuore di Roma. Si chiuse così il periodo della vita in strada, della ricerca affannosa di un alloggio giorno dopo giorno e notte dopo notte: ma di quel primo periodo restava la porta del CeIS aperta sulla strada e disponibile ad accogliere chiunque fosse in difficoltà e avesse bisogna di un aiuto, morale e spirituale, ma anche economico e concreto, un piatto caldo o un letto dove riposare.
Negli anni 70 l’attenzione del sacerdote e dei suoi collaboratori volontari – giovani studenti, insegnanti, professionisti, alcuni religiosi e religiose – si diresse principalmente verso il problema della tossicodipendenza, perché questa era la necessità più impellente. Dall’uso di amfetamine e allucinogeni, nonché dei derivati della cannabis si stava passando con una situazione epidemiologica drammatica all’uso di eroina. L’Italia era del tutto impreparata, non disponeva neppure di una legge adeguata, considerato che fino al 1975 le uniche risposte al tossicodipendente erano il carcere o il manicomio.
I mass media criminalizzavano indiscriminatamente l’assuntore di droghe. Le famiglie vivevano nella disperazione e nella paura. I governanti non sapevano come tradurre in atti politici la loro preoccupazione. L’allarme sociale cresceva in modo esponenziale.
L’intuizione di don Mario e dei suoi collaboratori fu duplice. Sul piano concettuale, capire – e poi trasmettere tale convinzione – che l’attenzione doveva essere posta sulla persone e non sulle droghe. Chi sta male e vuol sballare può farlo con qualsiasi sostanza, anche legale, con l’alcool, con i farmaci prescrivibili dai medici, con gas, colle, vernici... Ha bisogno dunque di un ripensamento dei propri valori, di ritrovare la voglia di vivere, di un cammino interiore, opportunamente sostenuto da operatori preparati, per abbandonare la droga. La crisi di astinenza è dolorosa ma dura pochi giorni o poche ora: il punto è come non tornare, poi, alla droga.
Sul piano pratico, il CeIS guardò con interesse a quanto si era realizzato in quei Paesi stranieri in cui l’emergenza droga, e l’eroina in particolare, si erano diffuse prima che in Italia. Partecipando a convegni internazionali e guidando viaggi di studio, don Picchi si rese conto che una risposta importante e foriera di successi era la comunità terapeutica residenziale, indicata fin dall’inizio non come una panacea o una soluzione buona per chiunque, ma certo come una struttura di contenimento in cui la vita in comune, la possibilità del confronto quotidiano con gli altri e con le proprie responsabilità, le dinamiche dell’auto-aiuto e i vari strumenti pedagogici e terapeutici messi in campo erano in grado di allontanare i giovani dalla tossicodipendenza.
Nel settembre 1978 a don Picchi fu affidata l’organizzazione dei 3º Congresso mondiale delle Comunità Terapeutiche (CT), celebrato a Roma con circa 500 delegati da ogni Paese e continente. Fu quello il momento decisivo in cui l’Italia scoprì l’esistenza delle comunità terapeutiche e di trasformare – molto lentamente – la paura e lo scoraggiamento in azione concreta. La prima CT del CeIS si aprì nel febbraio 1979 in una piccola struttura alla periferia di Roma, nella borgata del Trullo, messa a disposizione dalle suore olandesi di Tillburg. Vi confluirono i primi ospiti e i primi operatori, anch’essi alle prime esperienze: “Sant’Andrea”, questo il nome delle CT, fu anche la prima scuola di formazione per operatori.
L’incontro con Giovanni Paolo II, che invitò don Picchi a concelebrare Messa in Vaticano e ne ascoltò le preoccupazioni, permise al CeIS di cominciare una straordinaria avventura che lo ha trasformato da piccolo gruppo di volontariato in una delle associazioni non governative più note a livello internazionale nell’àmbito sociale. La villa ai Castelli Romani ceduta dal Papa divenne nel novembre 1979 la CT “San Carlo”, il grande laboratorio educativo-terapeutico delle più importanti strategie del CeIS, ospitando fino a 130 residenti e oltre 3.000 nei suoi 31 anni di vita.
La “Casa del Sole”, altra villa nel comune di Castel Gandolfo, si trasformò nella Scuola di formazione internazionale che ha accolto docenti e discenti di tutto il mondo, psicologi, psichiatri, psicoterapeuti, sociologi, pedagogisti, e persone desiderose di avviare iniziative sul modello del CeIS di Roma. Tali iniziative si sarebbero sviluppate in alcuni Paesi europei, a cominciare dalla Spagna (e poi Portogallo, Danimarca, Slovenia, ecc.) e dall’America Latina, con presenze significative anche in Asia e in Africa.
Le strutture e le metodologie di lavoro proposte erano flessibili e tengono conto delle situazioni storiche, religiose, politiche, economiche e culturali di ciascun Paese. Ma si richiamavano a una precisa filosofia d’intervento, che don Mario Picchi chiamò semplicemente, dal 1980, “Progetto Uomo”.
“Progetto Uomo” non è una metodologia specifica o un credo filosofico né tanto meno una terapia, ma più semplicemente l’insieme di princìpi e di valori che guidano l’azione di chi pone la persona umana al centro della storia, come protagonista affrancata da ogni schiavitù, resa al rinnovamento, alla ricerca del bene, delle libertà, della giustizia. È la valorizzazione della propria identità rispettando nello stesso tempo quella degli altri, valorizzando il dialogo e la cooperazione.
– “Progetto Uomo” – ha ripetuto sempre don Mario Picchi – vuol dire “amare”. Amare tutte le creature e il loro valore, senza giudicarle, ma rispettandole e aiutandole. Il suo significato nel XXI secolo – ha aggiunto recentemente – rimane intatto e si pone anzi con rinnovato vigore dinnanzi alle tante sfide riguardanti le nuove generazioni e la sofferenza di uomini e donne di ogni età–.

L’esperienza e i sistemi formativi del CeIS hanno dunque promosso, in molti Paesi, la nascita di decine di programmi e associazioni che si collegano al “Progetto Uomo”. L’organizzazione, sempre a Roma, dell’8ª Congresso mondiale delle Comunità Terapeutiche nel 1984, l’anno di maggiore allarme sociale e politico nei confronti della droga, suscitò ulteriormente l’interesse generale per ciò che il mondo e le metodologie comunitarie erano in grado di offrire ed anche per le necessarie iniziative di reinserimento sociale e lavorativo, di coinvolgimento attivo delle famiglie, di impegno educativo per la prevenzione.
In Italia la maggior parte di queste associazioni si riunirono nella Federazione Italiana delle Comunità Terapeutiche (FICT), di cui don Mario è rimasto presidente fino al 1994.
A Roma e nella provincia si sono moltiplicate le strutture e i servizi del Centro Italiano di Solidarietà, evolutisi nel tempo secondo le nuove esigenze e richieste degli utenti. Dalla comunità terapeutica per assuntori di droghe con legami sociali ancora saldi (CT “Santa Maria”, in origine a Torvaianica sul litorale laziale e poi nel complesso di Via Appia Nuova, zona Capannelle), al Programma “Serale” per adulti lavoratori; dall’Accoglienza diurna ai servizi specifici per adolescenti (“Mentore”) e per bambini di famiglia problematiche (“Mani Colorate” nella struttura di lungotevere Raffaello Sanzio, già sede della Comunità di Reinserimento degli ospiti provenienti dalla CT, negli anni 80); dalle attività in favore delle scuole e degli insegnanti, oltre che degli studenti (“Koiné” e poi “Gulliver”), per la prevenzione del malessere e la promozione del benessere alle iniziative culturali, educative, informative con la rivista “il delfino”, il centro studi e la biblioteca “Agorà”, i libri, i manuali, i rapporti di progetto e dalla fine degli anni Novanta la newsletter e il sito Internet); dal “Barone Rampante” per persone senza fissa dimora a “Eco” per giovani in doppia diagnosi (tossicodipendenza e problemi psichiatrici); dall’assistenza domiciliare ai malati di Aids al gruppo di volontariato per l’assistenza agli anziani; dalle iniziative in favore di stranieri immigrati, rifugiati e richiedenti asilo politico alla più recente comunità “La Casa” per pazienti psichiatrici dimessi dagli ospedali.

Nel 1985 l’Assemblea generale dell’ONU ha riconosciuto il CeIS di Roma come Organizzazione non governativa del Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite. In tal modo il CeIS può operare sistematicamente come agenzia esecutiva di progetti finanziati dall’ONU, che porteranno a una cinquantina di iniziative in tutto il mondo, la più importanti delle quali è l’Ospedale Generale Universitario di Coroico, in Bolivia, un modello di efficienza e il punto di riferimento per la crescita dell’educazione sanitaria, della prevenzione e dell’aggregazione sociale di tutto il povero territorio degli Yungas dove i contadini vivevano quasi esclusivamente della coltivazione della coca rivenduta ai narcotrafficanti.
Il CeIS di don Picchi, animato anche dal vicepresidente Juan Pares y Plans (1930-2009), instancabile “ambasciatore” dell’organizzazione e mente creative nel disegnare nuovi progetti e servizi sempre anticipando i tempi, è riconosciuto e collabora attivamente anche con l’Unione Europea, il Ministero degli Affari Esteri e alcuni governi di Paesi stranieri.
Don Picchi fu chiamato fin dagli ultimi anni Settanta a far parte di numerose commissioni istituite dal Governo e da Enti locali. In tal modo poté contribuire a portare le idee del CeIS nel mondo della scuola e delle istruzione, della giustizia penale e delle carceri, della sanità (in particolare quando si diffuse l’Aids che portò con sé grandi paure e pregiudizi), della finanza al servizio del sociale (per questo motivo venne chiamato a far parte per alcuni anni del Consiglio di Amministrazione della Cassa di Risparmio di Roma).
Ha incontrato più volte, con gli operatori e gli ospiti delle sue strutture Papa Wojtyla e inoltre Capi di Stato e di governo italiani (i presidenti Pertini, Cossiga, Scalfaro e Ciampi) e stranieri, ministri, esperti internazionali, personaggi della cultura, dell’arte della scienza.

Oltre ad essere il direttore editoriale della rivista “il delfino”, don Mario Picchi è autore di numerosi libri, alcuni tradotti in varie lingue. Il suo “Progetto Uomo” è stato pubblicato in varie edizioni, dalla prima del 1981 alle ultime “Un Progetto per l’Uomo” (1994) e “Progetto Uomo nel Terzo Millennio” (2005), per le edizioni Paoline prima e dal Centro Italiano di Solidarietà poi.
Tra le altre sue pubblicazioni, “Intervista sulla droga e sull’uomo” (Bompiani, 1984), “Vincere la droga” (Piemme/Mondadori 1990), “Dietro la droga un uomo” (Franco Angeli 1991), “La sfida del Vangelo” (San Paolo 1994) e, per le edizioni del CeIS, “La vita è una meravigliosa avventura” (1986), “La provocazione della droga. Lettere aperte” (1987), “Il cuore e i talenti” (1988), “La farfalla e l’uragano” (1991), “Riflessi di speranza” (1993), “Senza fare miracoli” (1997), “A braccia aperte” (2002), “Negli occhi degli altri” (2009).
Don Mario Picchi ha ricevuto, tra gli altri, i seguenti riconoscimenti: Howard Mowrer Award della World Federation of Therapeutic Communities (1992); Three of Life Award della Organization of the Mayors of the Capital of the World (1993); Premio del Comitato “Roma Europea” (1995); Paul Harris Fellow (2000); Premio di solidarietà “Vittorio Bachelet” (2003); Premio Provincia di Roma per la Solidarietà (2003); Premio Simpatia del Comune di Roma (2004); Decorazione “Simon Bolivar” con il grado di Commendatore della Repubblica Boliviana (2004); Premio della Solidarietà della Federazione Italiana delle Comunità Terapeutiche (2004); Premio della European Federation of Therapeutic Communities (2007). Don Mario Picchi è stato anche insignito del titolo di Grande Ufficiale al Merito della Repubblica Italiana.

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