lunedì 16 febbraio 2009

SETTING E PUBBLICITÀ


SETTING E PUBBLICITÀ
Certamente avrete sentito parlare del setting analitico. E se non proprio di setting, avrete sentito dire che le sedute dallo psicoanalista hanno una precisa durata, un costo definito, regole piuttosto rigide.
Al di là di tutte le differenze che esistono tra una scuola psicoterapeutica ed un’altra (la psicoanalisi piuttosto che la terapia cognitiva, l’analisi transazionale piuttosto che quella fenomenologico-esistenziale, la terapia junghiana piuttosto che la rogersiana) la costante che le accomuna tutte è il richiamo alle fondamentali regole del setting.
Di fatto le regole del setting hanno la funzione irrinunciabile di legare il contesto terapeutico alla realtà. Il rischio, altrimenti, è quello di sviluppare una relazione tra terapeuta e paziente avulsa da regole e limiti vincolanti e che produca, pertanto, fantasie distorte, dipendenze patologiche, inquinamenti affettivi, confusioni, ecc. Come del resto accade ogni qualvolta non è chiara la natura del rapporto che lega le persone. È evidente ad esempio che è diversa la relazione tra un medico e un paziente, quando il paziente è il figlio dello medico, oppure tra i compagni di una squadra di calcio e gli amici (magari gli stessi) che si ritrovano in discoteca, oppure ancora tra un gruppo di coristi domenicali, e una rock band. Così come pure è ben diverso l’ambiente, e quindi le relative regole, di un’aula scolastica, di uno stadio di calcio, di una chiesa, di una casa privata. È chiaro quindi che ognuno di questi ambienti ha un sistema di regole che li caratterizza e che non possono essere confusi se si vuole che ognuno svolga la funzione per la quale esiste ed è utile.
Ciò ovviamente vale, e forse a maggior ragione, per il cosiddetto setting terapeutico che è tale nella misura in cui permette di analizzare, senza eccessivi inquinamenti, sconfinamenti e/o manipolazioni la relazione tra terapeuta e paziente per consentirne una lettura, più chiara ed oggettiva possibile, a vantaggio della consapevolezza del paziente.
Anche per questo, può capitare che nel corso di una seduta terapeutica, magari mentre si stanno analizzando vissuti ed emozioni intense, la stessa seduta venga interrotta perché è terminata l’ora di terapia, o i quarantacinque minuti, se tale è la durata prevista dal setting.
Risulta chiaro dunque che il setting ha una sorta di primato assoluto su quanto avviene nella relazione e nell’ambiente terapeutico tra le perone coinvolte. Una sorta di richiamo ad un valore superiore che, di fatto, detta i tempi, strutturanti, del rapporto tra le persone. E in effetti le regole del setting, anche se non dichiaratamente, fungono da sistema di riferimento culturale, condiviso dai partecipanti alla seduta psicoterapeutica. È ovvio, infatti che se una regola del setting è che il paziente paghi una somma di denaro al termine della stessa seduta, o che la durata della seduta non ammetta deroghe, queste stesse regole stanno a significare, né più né meno, che il valore di un rapporto, nella nostra società, è monetizzabile, che il primato del tempo è assoluto, che esiste una gerarchia di ruoli immodificabile e che (detto per inciso) questa struttura dei raporti rispecchia quella delle professioni liberali della nostra società occidentale.
Ma che c’entra tutto questo con la pubblicità, citata nel titolo di questo articolo?
Se non tutti i lettori di questo articolo hanno fatto esperienza di una seduta psicoterapeutica, certamente tutti avranno visto qualche programma televisivo “tassativamente” interrotto dai messaggi pubblicitari, altrimenti più carinamente definiti “consigli per gli acquisti”, nel tentativo, forse, di sfumarne la fastidiosa invasività.
Come ad esempio, è capitato l’altra sera durante una puntata di “Porta a Porta” dedicata al drammatico caso della povera Eluana Englaro che tanta commozione (e forse inquietudine) ha destato nei nostri animi. Non poteva che essere così. Il caso di questa donna di 38 anni che per diciassette anni è vissuta con un sondino naso-gastrico, in uno stato vegetativo persistente, a dispetto di ogni prevedibile aspettativa, ha innescato una serie di riflessioni di fondamentale importanza, da quelle sul piano politico e istituzionale a quelle relative alla ridefinizione del valore della libertà individuale in contrapposizione agli obblighi sociali, dal riconoscimento del valore dell’assistenza familiare piuttosto che di quella garantita dal sistema sanitario, dall’affermazione dell’approccio religioso al tema della morte al testamento biologico, dall’eutanasia alla qualità della vita, alla definizione stessa della vita umana.
Tutte questioni che in un crescendo vertiginoso sono state sfiorate e tutte affrontate con serietà e competenza da persone e personaggi presenti in studio: medici, teologi, filosofi, politici, familiari protagonisti ed eroi di storie simili a quella di Eluana. Tutti portatori di contributi assolutamente importanti, ma tutte subordinate ad un primato assoluto che il buon Bruno Vespa, fedele alla sua sacra funzione di garante del setting televisivo/terapeutico, ha, come sempre, affermato, interrompendo senza esitazione ogni discussione, sia pure di vitale importanza, nel nome dello spot incombente, assolutamente prioritario, “tassativo”.
Che non sia questo, allora, il nuovo inesorabile, setting che impone le regole, detta i tempi e che, surrettiziamente, fissa di fatto i “valori” della nostra società nonché la cornice di realtà della nostra stessa vita?
Pubblicità!

Mario Scannapieco

4 Commenti:

Blogger caos ha detto...

Questo commento è stato eliminato dall'autore.

16 febbraio 2009 11:01  
Blogger caos ha detto...

Questo commento è stato eliminato dall'autore.

17 febbraio 2009 16:18  
Blogger caos ha detto...

Si va bene! Ma in fondo non è facile gestire una vicenda come questa.

19 febbraio 2009 13:46  
Blogger caos ha detto...

boh.

19 febbraio 2009 13:50  

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